mercoledì 25 febbraio 2009

Basta prendere il tempo...come no!

Tempo, poco.
Mi riferisco, ovviamente, al fatto che non aggiorno da un mesetto.
Quindi, mi sembra doveroso spiegare il perché. Giusto per non dare l'impressione che la cosa non mi interessi o, peggio, che non mi vada.
Semplicemente ho per le mani un esame che mi sta rosicchiando fino all'osso. Questo, nelle ultime settimane, mi ha privato quasi totalmente del mio tempo; unendo la cosa al fatto che volevo postare un racconto un pò più lungo, anche diverso da quelli che scrivo normalmente, viene da sé che mi servirebbe più attenzione per poterlo fare.
Per il resto? La gavetta, piano piano e silenziosamente va avanti tra alti e bassi. Son pischello, mica professionista!
Sto scrivendo la sceneggiatura per una mia storia per la Cagliostroepress e già questa mi ha dato problemi perché il soggetto è stato scritto prima dell'uscita di "Io sono leggenda"...che c'entra direte. C'entra perché ho messo il protagonista in una città deserta e gli ho fatto guidare una vecchia Mustang (perché mi piace quell'auto) e nel cammino incontrava un cane (in omaggio a John Doe) e il cane è un pastore tedesco (in omaggio al mio Gohan)...ecco, se avete visto "Io sono leggenda" sapete cosa voglio dire.
Poi Emilio Lecce sta disegnando una mia storia di otto tavole per una rivista e sto lavorando ad un'altra per la quale sono in cerca di disegnatore.
C'è anche un'altra cosa che sto aspettando, ma sto zitto.
Speriamo bene.

Quindi, appena mi levo dalle scatole l'esame posto un nuovo raccontino!
A presto.

Intanto vi lascio con "Take The Time" dei Dream Theater...

"...find all you need in your mind, if you take the time."


mercoledì 28 gennaio 2009

Cover Man




“Farò quello che mi pare.”

Non era un granché come risposta ma almeno gli valse una nottata sudata, di quelle che il mattino dopo le faresti una foto col cellulare per tirarti su nei momenti grigi, ma il cellulare non esisteva e toccava guardarsi a lungo per non dimenticare.

Gli anni erano passati come legna nel fuoco e Giacomo si immetteva nel viale di casa, uguale a quello del vicino. Guardava la villetta uguale a quella del vicino ed entrava in macchina, stesso modello del vicino. Quest’ultimo, però, aveva una moglie da prestazioni agonistiche e dalla quale guardarsi le spalle…ecco, questa non era uguale, infatti se la trombava Giacomo che moglie non aveva.
Parcheggio dipendenti, caffè, cornetto, ritardo e ramanzina del capo, uguale per tutti.
Mensa, tutti insieme.

“lo mangi quello?”

“No ché ho i trigliceridi alti.”

“Cazzo, anche io!”

Anche le analisi, uguali per tutti.
Ma Giacomo in fondo era diverso, certo, si era fatto crescere un po’ di barba ma il fisico asciutto e il capello biondo non sbagliavano un colpo, marines metropolitano e consumatore di nostalgia a buon mercato.
Da bravo Dr Jekyll a quattro corde si divertiva nel trasformarsi in Mr. Sting, spalleggiato dai signori Copeland e Summers.
Questione di poco che nel mondo ci siano centinaia e centinaia di cover band uguali, col repertorio uguale e uguali fans, tanto, mica suonano tutti insieme.
Sicuramente tutta questa bella gente non stava suonando in un localaccio della Tiburtina. Quella sera, lì, c’era Giacomo.
Aveva mani da muratore al posto del cuore ché la gente viene a sentire te ma non è lì per te.
Queste sono sottigliezze che vanno considerate, masticate e digerite perché quando cambi anche solo una nota che non sia tua rischi di inciampare negli sguardi del pubblico.
Suona la campana:

“…Walked out this morning
Don't believe what I saw
A hundred billion bottles
Washed up on the shore
Seems I'm not alone at being alone
A hundred billion castaways
Looking for a home…”

Poi gli occhi di lei in fondo sala, a tradimento come una stangona di nome “Antonio”.
Quel sorriso e quella domanda che gli valse una notte sudata, per fortuna non c’erano i cellulari.

“Farò quello che mi pare.”

Passaggio da Mr. Sting a Dottor Giacomo soloandata con i compari lasciati a boccheggiare note mute.
Scena vecchia anche questa comunque, uguale alle altre.
E Giacomo attraversava il silenzio del locale con grandi spalle.

“Mezza birra in bottiglia, un foglio di carta e una penna per favore.”

Poi la guarda per bene, senza dire.
Message in an Heineken da leggere a casa, lontano da Giacomo.
Quel foglietto le strapperà un sorriso e tanta voglia di rivedere quell’omino uguale, più di tutti gli altri, al sé stesso di tanti anni fa.

giovedì 25 dicembre 2008

In ritardo estremo...ma tanti auguri!!!





Nel momento in cui scrivo il più è stato fatto. Spero che siate stati bene!!!
Auguri...anche in ritardo!!!

Ah, cliccate sull'immagine per ingrandirla!

martedì 16 dicembre 2008

Tu? Ci credi?








Caro Babbo Natale.

Lo so che ti ho già mandato la mia letterina per il regalo, ma ora ti scrivo perché voglio raccontarti una cosa.

Oggi la maestra ci ha dato un compito in classe.
Dovevamo parlare del nostro compagno di banco.
Io mi stufo a fare questo compito, ogni anno ce lo fa fare e non so mai cosa scrivere.
Che poi è difficile parlare del mio compagno di banco.
Lui si chiama Francesco e ha il dono.
Non lo so spiegare bene ma così mi ha detto mio nonno e io gli credo perché non mi dice mai le bugie e mi sgrida se le dico io.
Me lo ha detto un giorno in cui mi ha sentito dire che secondo me è strano.
Da allora ho osservato per bene Francesco.
Se ne sta tutto solo, sorride sempre e gli luccicano gli occhi.
Lui ha gli occhi azzurri e dei denti bianchi bianchi. Anche io voglio i denti bianchi come i suoi e me li lavo tutte le sere prima di andare a letto.

Quello che mi dispiace è che non ha il papà.
Anzi, una volta ho sentito mamma e nonna parlare e dicevano che è strano che senza il papà Francesco riceve sempre tanti regali costosi, anche perché la mamma fa le pulizie in un palazzo e non se li può permettere. Nonna dice che la mamma di Francesco è sempre stata una donnaccia e quelli sono i regali dei suoi amichetti.
Che io non ho capito, se sei una donnaccia perché ti fanno i regali?
Io i regali li ho solo se faccio il bravo.

Una cosa che mi piace di Francesco è lo zaino.
Io voglio vedere cosa c’è dentro.
Se tu gli chiedi una cosa, lui la tira fuori da lì, anche se sembra vuoto.
Ti serve un quaderno? Lui ne ha uno nuovo e bellissimo e te lo regala.
Hai perso la busta nuova di figurine? Lui ne ha sempre una in più e te la regala.
L’altro giorno Monica piangeva perché aveva perso il portachiavi a forma di orsacchiotto che aveva attaccato all’astuccio.
Francesco lo ha tirato fuori dallo zaino e ha detto che lo aveva trovato per terra.
Monica però dice che il suo era rovinato mentre quello che le ha dato Francesco era nuovo nuovo, ma uguale a quello perso.

Un giorno, alla ricreazione, dei compagni di classe hanno tagliato la coda ad una lucertola con una monetina e poi l’hanno ammazzata.
Quando se ne sono andati Francesco si è avvicinato alla lucertola, si è abbassato e l’ha toccata.
Lo so che nessuno mi crede, ma ha avvicinato la coda al corpo e quella si è attaccata e la lucertola se ne è andata tranquilla.
Io ho avuto paura e dopo scuola sono andato da mio nonno e gli ho detto tutto.
Lui mi ha raccontato che circa otto anni fa, quando io e Francesco non eravamo ancora nati, nel nostro paesello si era scatenata una bufera di neve violentissima proprio la vigilia di Natale.
Faceva tanto freddo e nessuno usciva, tutte le luci di natale che erano per strada si erano fulminate e tutti erano preoccupati.
Nonno era uscito dopo la cena della vigilia anche se nevicava forte, perché ogni anno giocava a carte con gli amici e non voleva mancare.
Mentre camminava vicino casa della madre di Francesco ha visto un uomo entrare di nascosto nel giardino e allora è entrato pure lui pensando che era un ladro.
Io non sarei entrato ma mio nonno è forte e lui non ha paura.
Nonno mi ha detto che stava per fermarlo quando quello si è girato.
Mentre mi raccontava gli veniva da piangere.
Mi ha detto che l’uomo che si è girato tutto infreddolito nella neve eri tu.
Gli è bastato guardarti negli occhi per capirlo e non riusciva a muoversi e a parlare.
Tu gli hai posato una mano sulla spalla e hai sorriso.
Gli hai detto che sapevi cosa stava pensando, che in quella casa non c’era nessun bambino, solo una donna. Poi gli hai detto che il fuoco del camino è freddo se sei solo, anche se porti un sacco pieno di regali.
Poi lo hai accarezzato e gli hai detto che si è sempre meritato i suoi doni, gli hai sorriso e ti sei incamminato verso la casa.
Nonno dice che è bello avere freddo se si è in due ma io mica l’ho capita questa cosa.

Quasi un anno dopo è nato Francesco e mio nonno dice che ha il dono e che tu sei il suo papà

Lo so che sono piccolo e certe cose da grandi non le capisco, ma volevo solo dirti una cosa: io ci credo.

Luca.

lunedì 10 novembre 2008

"...e a me non mi chiami sguattero, stronzo!"



Premessa:
Attualmente ho una situazione universitaria burocraticamente complicata. Nulla di che ma, si sa, se possono mandarti all'ufficio del piano di sopra passando dal segretario che è al bar ma non lo trovi perché il caffé con la sigaretta ha fatto uno strano effetto, ti ci mandano (ho ricamato, non è successo questo).

Quanto segue è esattamente ciò che mi è accaduto all'università, quindi, non un raccontino!

Ieri sera ho rivisto Scarface. Stupendo.
Tralascio i discorsi sul film, che comunque non sarei in grado di fare, e preciso solamente che il bambino che è in me ne esce, ancora una volta, bello ringalluzzito!
Il bimbo in questione si sveglia con l'idea di andare in segreteria con un bel sigaro in bocca, la camicia aperta e catenine in vista, una striscia di coca delle dimensioni di un salamino nel naso e una bella mitragliatrice in mano.
Alza gli occhi al cielo e vede un dirigibile Good Year con l'inequivocabile messaggio "the world is yours..."
Bene.
Io e il baby scarface che è in me andiamo in segreteria studenti. Sono le 11:30, la chiusura è alle 12:00.
Bene.
La scrivania del tipo è deserta ma in compenso c'è un signore gentile seduto alla scrivania di fianco.
Mi dice che il collega è temporaneamente uscito, di vedere al settimo piano perché lui è della segreteria di economia e non può aiutarmi.
Bene.
Immagino di uscire dall'ascensore mitragliatrice alla mano, urlando con la voce del buon Ferruccio Amendola (il doppiatore di Al in Scarface) "volete fare la guerra?!?"
Niente, il tipo non c'è ma trovo un pesce più grosso.
Ci sono tre ragazze carine in fila per questo bel pesce (non ridete) e intanto sono le 11:50.
Le ragazze si spicciano in venti secondi (se siete ancora nel doppio senso di prima, potete trarre delle conclusioni), io mi sento sollevato: il pesce grosso è tutto mio! (hem...)
Improvvisamente, lui:
"Ragazze, scendete? Allora aspettatemi che vengo in ascensore con voi!"

Cooooooooooooooooosa? Brutto figlio di puttana pezzo di merda rotto in culo viscido paraculo provolone del cazzo!!!
Però, si accorge di me. Mi chiede di cosa io abbia bisogno e, capito che non è cosa semplice, mi fa:
"vieni, continua a parlare"

Mi ritrovo in ascensore.
Siamo io, lui, le tre ragazze, due sconosciuti e il piccolo Scarface che nel frattempo si è pippato anche l'intonaco delle mura dal nervosismo.
Espongo il mio caso.
Puttana di una troia basgascionissima...in un ascensore ad un tipo che dovrebbe ancora essere in ufficio, stando agli orari lavorativi!
Comunque, termino e lui:

"mmm... torna dopo il 16 perché si deve ancora riunire la commissione...allora, ragazze, voi da dove venite?"

AAAAAAARRRRRRRRRRGGGGGHHHHHH!!!

Si apre l'ascensore, sono il primo vicino la porta, lascio sfilare le ragazze, i due sconosciuti, porgo le spalle al tipo ed esco prima di lui.
Esco nell'atrio e mi sento strano.
Del baby Scarface nemmeno l'ombra, di lui mi rimangono solo una mitragliatrice giocattolo ed un sigaro cubano nel culo.

lunedì 27 ottobre 2008

La setta dei Tronati.





Da Favella 3000: “E chi se lo ricordava?”

Piccola nota – a causa del linguaggio a tratti troppo ingenuo abbiamo ritenuto di dover apportare delle piccole modifiche al testo originale, pur mantenendo intatto lo spirito dell’autore.


Sono trascorsi tre anni dal mio arrivo su quest’isola che credevo deserta.
Come faccio a saperlo? Di solito facevo la ceretta una volta a settimana, ora adotto metodi meno civili, ma a conti fatti saranno tre anni.
Mi sembra ieri, quando me ne stavo tranquillo a far risplendere il mio corpo oliato sul ponte della nave.
Poi, l’esplosione.
Abbiamo iniziato ad imbarcare acqua ed il resto è stato esattamente come quel documentario con Leonardo Di Caprio, o forse non era un documentario.
“Si salvi chi può” è un inno alla vita, più della lampada solare, più dell’happy hour, più del calcio…vabbé, forse non più del calcio ma il punto era sopravvivere ed io ho pensato “io può”.
Ora posso dire che sopravvivei, sopravvicqui, sopravvivissi…hem… Sono vivo.

Quando ormai il tutto era passato, la nave affondata, le persone risucchiate, gli squali si erano rifocillati e quell’insopportabile prurito al volto, causato dall’acqua salata, era passato, mi sono ritrovato su di un piccolo pezzo di parquet assieme a un bambino e una signora sulla quarantina.
Io sono un uomo, e gli uomini sanno cosa fare, studiano la situazione e si sacrificano se necessario.

È per questo che in base ai miei calcoli ho ritenuto opportuno gettarli in mare: il piccolo non ce l’avrebbe mai fatta e lei mi aveva chiesto se mi piacesse la filosofia.
Dopo giorni a veder diminuire la mia tonica massa muscolare sono arrivato qui.
Mi sono inginocchiato e ho pregato ringraziando lei, la Regina, la Madre di tutti noi povere anime senza agenzia: Maria.

Da allora molte cose sono accadute, quella che credevo deserta è invece un’isola popolata da una tribù di indigeni. Parlano una lingua incomprensibile, ma anche noi, col congiuntivo e condizionale, chi siamo per criticare?
Comunque, li ho squadrati, piccoli, neri, esili…no, gli esili sono quelli che vanno in esilio, loro erano magrolini e basta.
Non c’è voluto molto a diventare il loro capo, è bastato fargli vedere il mio corpo scolpito, le ali d’angelo tatuate sulla schiena e Maria e Maurizio sui pettorali e devono aver pensato che fossi una divinità.
Ora ho un trono, tutto mio, le loro donne, tutte, e non devo sceglierne una entro maggio.
Della vita terrena che facevo, poco mi appartiene ormai.
Ho deciso di fondare una nuova religione e per questo ho fecondato due volte, in questi tre anni, le quaranta donne del villaggio. Avrò la mia schiera di piccoli adepti: i figli di Maria.
Oh, Maria, se solo potessi vederli.

Ora sto bene, ho il mio team di calcio, il mio campionato: una sorta di triangolare a due squadre che vinco sempre io.
Mi manca la mamma, ma so che col mio atteggiamento non l’ho delusa, vero mamma? Scherzavi quella volta in cui mi hai detto di trovarmi un lavoro, come te e papà, tu non mi faresti mai questa crudeltà, vero mamma?
Per concludere, ho deciso di affidare al mare questa lettera scritta col sangue di uno dei tipi magrolini.
Vorrei rassicurarvi tutti e pregarvi di smetterla di dannarvi per me, lo so che vi manco e che ho lasciato un vuoto televisivo incolmabile. Ma io sto bene qui.
Solo un desiderio, un dono da parte vostra. Vi chiedo di portarmi, non importa quando, l’unica vera fonte di gioia per me, il motore unico che mi ha aiutato a sopportare tristi risvegli: lo specchio.

Vostro C.

martedì 14 ottobre 2008

Magic Box





Io ho un posto segreto.
Ci ho messo dentro una candelina accesa, un quadernetto, una bolla di sapone, uno schiaffo, il primo fumetto.
Ho impacchettato tutto per benino, stretto il fiocco bianco sullo sfondo blu del mio grembiulino.
L’ho portato avanti nel tempo credendo di andare diritto, ma il tempo è relativo come un bacio all’angolo di un sorriso, come l’animo di un clown, come il mio sguardo bagnato al soffitto.
Sono stato in prigione e poi di nuovo al via, ho sciolto il fiocco, ho guardato dentro e c’era di più.
C’ero io, nel tuo posto segreto che sai solo tu.





Lo so che è una pessima copia dei racconti di Bartoli, ma l'ho scritto in due minuti esatti senza riflettere.